Il Parco Nazionale del Pollino

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cartagalgano_small.gif (1909 byte) carta del parco nazionale

Proteggere le montagne del Pollino significa tutelare un immenso patrimonio naturale che non ha eguali in Italia. Ma significa anche tutelare e, soprattutto, rispettare i diritti delle minoranze, salvaguardando testimonianze di storia e tradizioni non riscontrabili in nessuna altra parte della penisola. E’ per conservare un simile

patrimonio naturale e umano che, già dal lontano 1964, fu avanzata l’idea di creare, su queste solitarie e impervie montagne, un Parco Nazionale. Un parco ove poter sperimentare un particolare tipo di sviluppo, quello cosiddetto "sostenibile". Un parco dove venissero rispettate le infinite

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diversità biologiche ed etniche.

Tra i pini loricati della Serra di Crispo

Un parco che togliesse il Pollino dalla sua secolare condizione di area povera del Mezzogiorno. Un parco, quindi, da cui ci si aspettava molto.

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Ma dopo quasi trent’anni, ora che l’area protetta è una realtà, tutti sembrano essersi dimenticati di questo. Fatto sta che dopo quasi cinque anni dall’istituzione del parco manca ancora una vera e propria struttura operativa (si pensi che, attualmente, sono poche le persone impiegate) che dia il via al programma di risistemazione del territorio. Un’area di circa 193.000 ettari, ricadente in ben 56 comuni, ha bisogno di interventi immediati che vedano l’occupazione di giovani in lavori socialmente utili, ha bisogno di  curare il bosco con l’assunzione di operai

La Serra di Crispo

forestali, ha bisogno di restaurare i preziosi

centri storici. Ha bisogno, quindi, di coinvolgere le popolazioni locali, di diventare ad esse visibili, di dare un segno tangibile della sua presenza. Solo così il Pollino non sarà più un "parco di carta" ma potrà essere definitivamente e realmente considerato il "giardino degli dei".

Le montagne del Pollino, da sempre, sono state percorse in lungo e in largo soprattutto da pastori e boscaioli che avevano la necessità di avere indicazioni geografiche ben precise da usare come punto di riferimento. Erano infatti pastori e boscaioli a sfruttare la montagna. I primi per salire ai grandi pianori erbosi, quali i Piani di Pollino o i 

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Piani di Acquafredda (le cui faggete

Bestiame nei piani carsici del Pollino

circostanti rappresentano, oggi, il riparo estivo del lupo) la cui   singolarità è dovuta alla natura calcarea delle rocce. Le acque provenienti dai monti circostanti hanno infatti dissolto i calcari dando origine a questi grandi piani, del tutto simili a immense doline. I secondi

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per tagliare l’immenso bosco di faggio e abete che ricopriva, raggiungendo quasi i più alti crinali, tutto il massiccio. Oggi l’associazione faggio - abete ha ancora notevole importanza e particolarmente lussureggiante cresce a Piano Jannace, Cugno d’Acero, Piano Conocchiello e

Cartello di Riserva naturale

Bosco Toscano.

Soprattutto, però, alle quote più basse il disboscamento fu massiccio ma, fortunatamente, non totale. Lo dimostra il Bosco di Magnano, nei pressi di S. Severino Lucano, dove sopravvivono circa 1000 ettari di fustaie, con alberi secolari di faggio e, soprattutto, cerro. Ma, fortunatamente, la scure dei boscaiolo non si è abbattuta sulla specie simbolo del parco: il pino loricato.

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